Spring Breakers non è
meno di ciò che il regista di "Gummo" e "Trash Humpers"
afferma in un'intervista alla 69esima edizione della Mostra Internazionale del
Cinema di Venezia.
Spring Breakers è il
ritorno di Korine al 1997, a Gummo,
all'illustrazione dello status disagiato e ribelle di una comunità, o meglio,
in questo caso di una casta generazionale, quella degli adolescenti americani
post anni '90.
La depersonalità e il nichilismo
sono le due fonti poetiche da cui parte la strada su cui viaggiano le quattro
ragazze protagoniste del lungometraggio, per poi finire tra le grinfie di Alien
(James Franco), gangstar allo stato brado, raffigurazione della loro
successiva evoluzione.
Le quattro ragazze, Brit (Ashley
Benson), Cotty (Rachel Korine), Faith (Selena Gomez) e Candy(Vanessa
Hudges), hanno bisogno di soldi per finanziare la pausa accademica
primaverile (Spring Break), per farlo "organizzano" una rapina e
derubano la gente all'interno di un fast food.
"Ci basta far finta di essere
in un videogame del cazzo! Facciamo finta di essere in un film!"
A salvarle dalla detenzione in carcere ci pensa un gangstar locale, Alien, che paga la cauzione e le porta a vivere con lui, dove le ragazze lentamente vengono adescate e rimangono irrimediabilmente assuefatte dal nuovo stile di vita.
"Questo è molto di più di uno
Spring Break... è l'occasione di vedere qualcosa di diverso"
Korine disgrega
il regime narrativo del suo film, spezzandolo per poi ripristinarlo a
piacimento. La narrazione stessa a tratti è frammentata e costituita da
numerose elissi e preterizioni.
Un montaggio
che come anticipato alterna e sovrappone continuamente le sequenze in ordine
temporale discontinuo. Le immagini, che si susseguono tra campi lunghi su rave
in spiagge affollate e ville contornate da foreste di palme, esprimono
attraverso le estreme saturazioni dei colori e le luci stroboscopiche le
atmosfere tipiche dei surf movie statunitensi.
Nessuna condanna alla stereotipata terra natale del cineasta 43enne, retorica e
anti-retorica vengono lasciate nel cassetto, stanno bene lì, mentre il piccolo
capolavoro di Harmony Korine fotografa una scomoda realtà,
figlia del regresso culturale e civile di un paese che non riesce più a
nascondere i suoi scheletri nell'armadio.

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