Kotoko (Cocco) è il nome della donna protagonista nel film, una donna affetta da diversi scompensi psichici, depressa ed autolesionista, con una particolare patologia mentale che sviluppa visioni di persone non realmente esistenti, spesso aggressive nei suoi confronti, che si confondono con le figure reali senza permetterle di farne distinzione.
Le uniche soluzioni che consentono alla giovane di reprimere le visioni passano attraverso il canto e l'auto inflizione di dolore. Solo così riesce ad avere un'unica lucida percezione del mondo che la circonda.
Kotoko si taglia ripetutamente non per cercare la morte, ma per ricevere conferma che il suo corpo desidera restare attaccato alla vita, il suplizio diviene regolarmente necessario per la ricerca di un irraggiungibile, utopica stabilità psichica.
Kotoko ha un figlio di nome Daijiro che accudisce solitariamente, almeno finché non gli verrà portato via dai servizi sociali e consegnato alla tutela della sorella, in quanto a causa dei suoi disturbi Kotoko aveva più volte messo a repentaglio l'incolumità del neonato.
Il lacerante rapporto tra la madre e il figlio è un altro dei temi cardine all'interno del film.
Kotoko percepisce inconsciamente la maternità come un peso, un fardello di cui non si sente in grado di prenderne realmente responsabilità, nonostante provi un amore sincero per il figlio.
Soltanto uno scrittore che non si arrende alla sua ostilità riesce a varcare la barriera eretta da Kotoko e conquistarne così la fiducia. Con quest uomo Kotoko intrattiene un rapporto masochistico, necessario a contenere i suoi sfoghi.
Eppure lo sconforto prenderà il sopravvento quando la sparizione estemporanea dello scrittore insidierà il dubbio sulla sua reale esistenza, mettendo nuovamente in discussione la precaria sanità mentale della protagonista.
Quando il figlio le verrà riaffidato la situazione degenererà definitivamente.Le allucinazioni di Kotoko la porteranno a scegliere di soffocare il figlio nel sonno piuttosto che lasciarlo in balia dei miraggi che per anni l'hanno costretta a vivere una vita alla deriva.
Kotoko verrà internata in una clinica.
Ormai completamente logorata e debilitata mentalmente, Kotoko inizierà a ricevere le visite del figlio cresciuto. Incapace di ricordare cos'ha fatto, di distinguere cosa sia successo nella realtà dalle sue chimere, Kotoko lascia passare i giorni davanti a lei, confinata nel suo guscio di solitudine che per brevi momenti si illuse di abbandonare.
Ora è la mente a far vacillare l'idilliaca vita del protagonista all'interno del film. La carne diviene il rifugio in cui esorcizzare le proprie illusioni, attraverso la sofferenza; l'unico memento che consente a Kotoko di discernere la realtà dall'astrazione.
Citando A Snake of June viene naturale notare le analogie tra la scena madre del film precedente e il finale di Kotoko. Entrambe le protagoniste si ritrovano sotto un diluvio, la stagione delle piogge giapponese, in una situazione architettonicamente simile, ma significativamente diversa.
Mentre Rinko in quel momento si liberava dalle costrizioni che la bloccavano e riscopriva la sua reale identità, qui Kotoko si arrende al dramma della sua condizione esistenziale, rinunciando all'utopia di una vita normale.
Un patimento sofferente e sofferto, un viaggio travagliato nella tortuosa psiche della protagonista, dove l'autore alterna poesie per immagini tra cambi di fuoco e lunghi piani sequenza. La m.d.p. è un funambolo guidato dalla sapienza del regista, si scuote e si contorce, emulando il disordine mentale di Kotoko. Come spesso accade nei film di Tsukamoto, il protagonista non fugge concretamente da una minaccia esterna, ma da sé stesso e/o dal suo passato. Così Shinya Tsukamoto si erge in veste di demiurgo, attraverso quella che è forse la sua opera più personale e struggente.
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