Basterebbe questa frase emblematica per rappresentare la decade dell'arco carrieristico di Darren Aronofsky, tra il 2006 e il 2016.
Al tempo reduce dal fallimento commerciale di The Fountain, suo primo film ad abbracciare tematiche intricate e solenni quali la religione e la mitologia, e volenteroso di rimettersi in gioco con il suo nuovo, sfarzoso giocattolo, ancora una volta strutturato su di un soggetto tratto dalle sacre scritture.
In realtà già in parallelo alla stesura di The Fountain Aronofsky aveva iniziato ad elaborare la scrittura di questo blockbuster biblico, scritto in cooperazione con il fumettista canadese Nico Henrichon, autore della graphic novel da cui il film prende a piene mani costumi e scenografia; finanziato e prodotto in seguito dall'imponente Paramount Pictures, che mise a disposizione la cospicua cifra di 130 milioni di dollari per dare vita al progetto.
A causa del trattato sintetico riguardante il Diluvio universale presente nella Bibbia, Aronofsky si vide costretto fin da subito ad operare un accumulo di McGuffin ed espedienti narrativi, volti a dare corpo ad un lungometraggio che riprendesse i mitologemi epici della leggendaria odissea di Noè, ma edulcorandoli, dando inevitabilmente vita così a diverse discrasie (dai giganti di pietra a metà tra i Transformers di Bay e gli Ent di Peter Jackson, fino alla presenza di un differente equipaggio a bordo dell'arca, passando per un contesto melodrammatico familiare da fiction).
Purtroppo il frutto del lungo lavoro di Aronofsky paga solo in parte, per lo più la casa di produzione, soddisfatta dai ritorni economici dovuti al successo commerciale del prodotto, meno la critica e gli ammiratori del regista newyorkese, delusi dall'inconsistenza di un film pregno di manierismo convulso e irritante, sfrenata, propaganda ecologista sprizzante da ogni poro.Aronofsky in Noah cerca di raccontare la storia dell'omonimo patriarca dalla nascita al Diluvio, infarcendo la trama e la messa in scena di convenzioni e cliché tipici delle grandi produzioni fantasy americane, a discapito del mosaico allegorico alla base, reso completamente privo di spessore; preferendo piuttosto riportare la depravazione del turpiloquio pagano in ogni sequenza possibile.
Un buon impianto effettistico e fotografico, per quanto compagno di uno scenario magniloquente, porta il peso di una spocchia lampante, tracotante sin dai primi paesaggi trasposti dalla M.D.P.. Tanta bellezza visiva si disperde in un marasma di simbolismi biblici relegati banalmente, inesplorati, fini a sé stessi (se non peggio, campati per aria), e così una pregevole virtù diviene un increscioso peccato.
Forse era troppo presto, e dal blockbuster di Aronofsky affiora con frequenza una megalomania sdrucciola difficile da digerire, sfrontato e senza scusanti, questa volta il capitano affonda con la sua nave (o arca?).
Reo di supponenza Aronofsky paga la sua presunzione, il florido presupposto economico non basta ad elevare un regista di qualità ma ancora carente nella sua proposta tematica-filosofica, necessitante di immediata revisione.Distruggere e ricreare.
Destrutturare e ristrutturare, così farà il regista di PI Greco e Requiem for a Dream.
Tre anni dopo si lascerà alle spalle le macerie del kolossal Noah per innescare un percorso di crescita e di ricerca volto a spianargli la strada verso la concezione del capolavoro: Madre!, di cui ho già scritto precedentemente su questa piattaforma una breve analisi introduttiva.






















