È una metamorfosi continua quella del regista nato a Copenaghen, che si è fatto un po' da solo, autodidatta come altri grandi iniziati prima di lui, da Brian De Palma a Quentin Tarantino. Nella sua breve carriera ha già firmato titoli di indiscutibile spessore (dopo gli esordi con la triologia di Pusher con un debuttante Mads Mikkelsen lanciato nel grande cinema, Bleeder e l'incompreso Fear X, film questi in cui tuttavia, essendo agli albori, presentavano uno stampo ancora piuttosto scarno) quali Bronson,The Neon Demon, Valhalla Rising, ed il suo capolavoro, Solo Dio Perdona, quindi questo lungometraggio datato 2011, Drive appunto.
Vi presento Drive partendo dal presupposto che non abbiate ancora approcciato il cinema di Nicolas Refn, e quindi vogliate capire da dove cominciare a srotolare la matassa. Forse questo film è il più idoneo per iniziare a visionare la sua filmografia e comprendere il suo ordine di idee, che nel cinema puó trovare somiglianze ad autori come Gaspar Noè, Alejandro Jodorowsky, o Darren Aronofsky.
È il suo film più pop, forse il meno criptico e introspettivo, seppur il regista non abbia ideato la pellicola per il grande pubblico, di fatto in pochi anni diventa film di culto. Colpi in banca, olio di motore, una "famiglia" da proteggere e mafiosi italo americani spietati che non esitano a bagnare con il sangue le loro tavole calde per saldare i conti; il tutto amministrato dal tappeto sonoro composto dalle musiche psichedeliche, ansiogene del solito Cliff Martinez, uomo di fiducia del nostro regista, e dall'eccellente lavoro in fase di montaggio di Mat Newman.
Refn dietro la cinepresa si diverte a disegnare con gli aquarelli i colori caldi che illuminano le inquadrature perfettamente simmetriche e pulite, su cui Ryan Gosling sfreccia con la sua Chevrolet Malibu, per una città che non conosce pietà, che non esita a soffocare i sogni, a schiacciare chi stenta.
Un ragazzo arrivato a Los Angeles in punta di piedi, senza storia e senza sogni, ma un giorno riesce a vedere nella sua vicina di casa una ragione di vita. Verrà messo alla prova Ryan Gosling, questo (anti?...)eroe apparentemente freddo e privo di sentimenti che riesce a esternare le sue emozioni solo a lei, Irene (Carey Mulligan) e al piccolo Benicio.Fuori dal suo microcosmo puó essere chiunque, uno stuntman hollywoodiano, un meccanico, un pilota di talento oppure, di notte, l'autista di un gruppo di rapinatori di banche.
Ma un giorno qualcosa all'interno del suo mondo si spezza e per rimettere i cocci apposto, Ryan dovrà sporcarsi le mani, perchè per proteggere l'innocenza ci sarà bisogno di lavarle col sangue. Più volte.
Un intreccio narrativo estremamente lineare nella sua sintassi, che solo un regista con l'estro e il talento di Nicolas Refn poteva elevare a un trascendentale viaggio nella vita dell'autista senza nome, apparentemente (in)umano nei comportamenti, che cambia radicalmente adattandosi allo scorrere degli eventi.
Una Los Angeles costellata da uomini avidi o timorosi, i forti o i deboli, perchè nei film di Refn chi non prende una posizione viene sempre fatto fuori.
Non c'è spazio per la pietà, la redenzione o il perdono. È un viaggio a senso unico lungo la strada univoca che porterà l'auto di Ryan Gosling all'epilogo, attraverso un susseguirsi di virtuosismi registici (ad attestare le capacità tecniche fuori dal comune del cineasta) ed emozioni forti, concrete (e mai fini a se stesse o costruite a tavolino). Niente ruffianate, niente inseguimenti tamarri su funamboli a quattro ruote, non ci saranno tanti bossoli sulle strade di LA per quando arriverete ai titoli di coda (anche perchè Albert Brooks predilige l'arma bianca).
Drive è un epopea sull'integralismo di Refn e del protagonista, è un film sincero fatto di istinti ed estremismi, sensibile e cinico allo stesso tempo, in poche parole, riproponendo una domanda del Driver a Bernie Rose: "Conosci la storia dello scorpione e della rana?"
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