Dai fischi di Venezia a quelli dei multisala locali, dallo sgomento alla sorpresa. Ma di solito è difficile che un film di Aronofsky susciti indifferenza, lontano dai canoni della banalità un po' come tutti i suoi più grandi capolavori, da Il Teorema del Delirio a Requiem for a Dream, passando per Il Cigno Nero per arrivare a questo Mother,la sua ultima fatica, di cui modestamente proveró ora a discorrere.
O trovarne all'interno dell'intreccio narrativo un epopea biblica, dove Bardem come Dio è capace solo di creare e lasciare all'uomo i frutti del proprio giardino, Lui come viene chiamato ironicamente o meno nel film e Lei, la madre natura, saturata dai bisogni di consumo e sconsacrazione materiale degli uomini. Madre del figlio che diede all'uomo speranza, e l'uomo se ne cibò, del corpo del Cristo, per assorbirne l'essenza e cercare di elevarsi.
Adamo ed Eva come Michelle Pfiffer e Ed Harris che si cibano del frutto proibito (rompono il minerale), scatenando l'origine del caos.
O Abele e Caino, i due fratelli, la prima morte umana nella storia.
Nell'epilogo (dopo la ribellione della natura, fregiata nell'intimità e privata del figlio), Lui le ricorderà "tu sei la casa" (il mondo agli inizi della genesi, la natura, la casa dell'uomo) e "io sono io e posso solo creare" (il Dio cristiano che creò la vita nel mondo).
Per confezionare un prodotto di questa portata, il regista segue attraverso la cinepresa gli attori tramite dei primi piani costantemente vicini ai volti dei protagonisti delle vicende, a incentivare lo spettatore a sentirsi implicitamente angosciato dal dramma esistenziale (ma anche domestico) della coppia; Aronofsky rinuncia all'implemento di musiche strumentali in favore di una immersività totale.
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