Convinto dai genitori a riprendere gli studi, il giovane si ritroverà durante i corsi di anatomia a dissezionare il cadavere della compagna defunta (inizialmente inconsciamente, successivamente consapevolmente); nel tentativo di dissolvere la perdita di memoria rievocando il passato con la ragazza, e cercando di comprenderne l'essenza ignorata in vita.
Lungo itinerari sincronicamente corporei e cerebrali, Hiroshi tenterà la risalita all'anima di Ryoko mediante il sezionamento delle sue spoglie. Neurologicamente parlando, come la definisce il protagonista: una trasmissione elettrica dei suoi ricordi.
In Vital è la scissione delle salme in virtù dell'escatologia, escatologia altrove ricercata da Tsukamoto in rapporti sessuali sadici o in atti di estrema violenza. L'esercizio di ricerca dell'esistenzialismo è alla base delle argomentazioni affrontate dal cineasta di Tokyo, filosofo naturale prima ancora che autore.
La ricerca termina contemporaneamente alla dissezione, quando Hiroshi non ha più un corpo in cui scavare con la mano e col bisturi, non può più inseguire l'utopia di un vaglio sulla morte, l'anatomia grazie alla scienza può essere svelata, il metafisico resterà un mistero.
Tra presente e passato (i ricordi, i flashback) il personaggio - come spesso accade anche negli altri film dell'autore - si muove dislocato su tre dimensioni, solcando l'onirico, stato sospeso nella mente di Hiroshi, motore prima del suo travaglio e poi del suo risveglio interiore e fulgida guida verso l'anima dell'amata.
Se torna come costante anche il tema del rigetto verso il proprio organismo, complesso che conduce alla volontà di annullare sé stessi, la variabile in questa occasione è rappresentata da una vera e propria rinascita del protagonista, conquistata attraverso l'accettazione del lutto.
Tornano anche i richiami alla depersonalizzazione sociale e psichica causata dall'imperante progresso tecnologico, che incentiva i soggetti ad esaltare le proprie pulsazioni, estremizzando le loro azioni al fine di raggiungere dei sentimenti puri, ormai soverchiati dai plastici simulacri di un'emotività scomparsa. Gridano e fremono. Piangono e sanguinano. Vivono e muoiono, nella metropoli di vetro e cemento di Tokyo Fist, Tetsuo, A Snake of June, le stesse anime figlie del disagio, di un'esistenza opaca colonizzata da surrogati.In merito a questo aspetto del suo cinema, vi è un interessante estratto da un intervista rilasciata dal regista nel 2004:
"Da Tetsuo a Rokugatsuo no Hebi ho sempre usato il tema degli esseri umani e del loro rapporto con la città.
Mentre in Rokugatsuo no Hebi mi sono concentrato sul corpo seguendo le possibilità che vi soggiaciono, in Vital la macchina da presa ha fatto un passo in più, guardando l'interno del corpo umano. Nel fare questo film, ho sentito il corpo come un tunnel buio in una città di cemento, che mi ha permesso di uscire in un mondo più vasto".
Il cinema di Shinya Tsukamoto nidifica ossimori, i personaggi infondo non credono di essere reali, risiedono in una realtà cristallizzata, sospesa aldilà del tangibile, astratta ma allo stesso tempo concreta, sociale, urbana, che si potrebbe quasi toccare con mano, ma simultaneamente lambita da un alone surreale impossibile da eludere.
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