Preceduto due anni prima (1997) dal cortometraggio Sans Titre (presentato al Festival di Cannes come atto introduttivo al film in uscita), autentico preludio di nove minuti in cui Carax sciorina catastrofi naturali, spalanca finestre su gioventù perdute e mette ancora in rilievo la figura del cinematografo disincantato.
Il collegamento tra il corto e il film che seguirà è relazionato principalmente alle costanti - e predominanti - astrazioni del regista, in questo caso: la luna di Méliès, l'Amleto shakesperiano, prati di croci (come cimiteri infiniti e insormontabili) bombardati da raid aerei o manipoli di folle occupanti sale buie - riprese frontalmente - pronte a irridere la proiezione imminente.
Riprendendo deliberatamente dalla fonte letteraria (aggregandoci sporadicamente elementi autobiografici) il registra ci presenta il tipico quadro domestico borghese; la madre, possessiva e conservatrice, il figlio, passionale e in padronanza di una discreta vena artistica repressa, e la sua promessa sposa, stucchevole e scialba.
Come spesso accade in contesti similarmente narrati, a spezzare la quotidianità familiare è un disagio, insito nella personalità del protagonista, Pierre (Guillaume Depardieu), aspirante scrittore di successo. Il disagio (al momento in fase embrionale) è caratterizzato dalle difficoltà del protagonista nel convivere all'interno di un microcosmo - all'apparenza di placida serenità - che nasconde un profondo malessere, dettato dall'assenza negata di passione e l'imposizione di programmata schematicità rapportuale (che peraltro castra conseguentemente l'ispirazione artistica di Pierre).
L'entrata in scena di Isabelle (Katerina Golubeva) (una delle figlie illecite avute dal genitore durante un viaggio nell'Est Europa, ripudiata ai tempi da Marie (Catherine Deneuve), la madre di Pierre) e la scoperta della verità da lei raccontata, diventano i moventi necessari (e ricercati?) per una fuga definitiva dal nucleo familiare, naturalmente con la ragazza al seguito.
I rapporti incestuosi che si svilupperanno tra i due, il ritorno di un passato opprimente, creduto abbandonato, la povertà e la miseria, si dimostrano contraltare esatto alla visione idilliaca dello spaccato sociale illustrato nella prima frazione del film.
Ordine e disordine - dalla vita borghese alla totale indigenza, dalle sfarzose ville di campagna, ai sobborghi, alle gelide fabbriche abbandonate - , si scontrano e amalgamano gli opposti, si rivela un triangolo (Pierre-Lucie-Isabelle; elemento contiguo nella filmografia dell'autore), si disgiunge qualsivoglia pragmatismo narrativo da un'essenza in realtà iperrealistica (è essenziale rammentare che, trattandosi di manodopera caraxiana, non esista solo un versante fisico, concreto, bensì una stratificazione rarefatta di livelli, in cui il film si districa sincronicamente).
La struttura di Pola X risponde a una risma variegata di generi raggruppati cambiando sistematicamente registro ogni qualvolta l'autore lo reputi necessario, dal noir, al racconto di formazione, al thriller, per chiosare infine sul melò classico, allineati e coerentemente collegati, in un'elaborazione stoica - seppur mai forzata, ma anzi fluida - fraintesa dai più (le prime critiche nel '99, trattando la trama di Pola X, la definirono erroneamente un coacervo disorganizzato, reduci evidentemente da una visione approssimativa e/o superficiale); proteiformità e poliedricità che si estende anche alle musiche, echi declamatori dell'infausto presagio imminente, basti pensare alle virate strumentali succedenti l'avvento di Isabelle all'interno del racconto.
Dai bombardamenti sui cimiteri, alle cascate di sangue, al soliloquio rivelatore di Isabelle nella foresta; sono tutti liberi fattori (onirici) percettivi disseminati da Carax lungo la visione, in Pola X tanto quanto nei suoi altri lavori, una ricorrenza autoriale, per così dire.
"Dopo l'ombra e il segreto, la rivelazione, la piena luce".
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