Un uomo naufraga su un'isola tropicale, passerà le giornate cercando d'abbandonare l'eremo sperduto. Il reiterato sforzo viene altrettante volte disfatto da una forza che agisce all'ombra del mare. Si rivelerà, sotto le spoglie di un'enorme tartaruga, questo messaggero della natura cambierà le prospettive del naufrago.
La Tortue Rouge è il primo lungometraggio di Kudok De Wit, nuova leva del celebre studio Ghibli. La sinergia con il gruppo di produttori nipponici risale a qualche anno prima, in seguito all'invito del cineasta Isao Takahata, rapito dal fascino del corto premio Oscar Father and Daughter, che non esita ad ingaggiare il regista olandese. Con la disponibilità finanziaria per lavorare al progetto dopo qualche anno De Witt completa il lungometraggio, distribuito successivamente anche nelle nostre sale durante la primavera 2017.
Nonostante il patrocinio del noto studio di Tokyo, il film di De Wit fin dai primi minuti si pone con preminenza a distanza dal canonico racconto di ghibliano stampo, illustrando le intuizioni dell'autore, anti convenzionali nel cinema d'animazione pop si, ma altresì distanti dalle fattezze delle opere di Miyazaki, Takahata o Suzuki. Partendo dall'estetica - il layout minimale, acquerello e carboncino, per tratti lineari ma marcati risalta immagini essenziali, non colme, "piene nei dettagli" tipiche dei film di sopracitati autori -, passando per la narrazione anch'essa essenziale, risalta puramente l'espressione dell'immagine, il significato casto delle gestualità e delle situazioni.
Volendo tentare una ricerca - forzata - di analogie tra il film di De Wit e le ultime produzioni dei membri di Studio Ghibli, l'unico interessante appiglio di un ipotetico (ma forse pure inutile) confronto sembra essere la penultima fatica di Hayao Miyazaki, che introduce attraverso dinamiche differenti se non quasi opposte lo stesso inderogabile tema: il rapporto dell'uomo con la natura e viceversa.
Perché sono due storie che in primis sondano da due soggettive prospicienti gli analoghi elementi, se nel film di De Wit parrebbe l'uomo al cospetto di una natura enigmatica e fatale, è l'uomo il mistero del frutto della natura - Ponyo - o perfino della natura stessa - Gran Mammare - nel film di Miyazaki. E si riversano anche nel filosofico: il principio shintoista alla base dei due film, che li colloca nello stesso universo. In La Tortue Rouge quanto in Ponyo sulla Scogliera, la natura protagonista ha totale funzione disciplinatrice, evidente emblema del panteismo permeo in entrambi: la natura è parte di una figura divina che trascende le singolarità costituendo il tutto, ecco che se in Ponyo sulla Scogliera diventa tuttavia identificabile e riconducibile ad una entità, in La Tartaruga Rossa non c'è un solo punto di riferimento in questo senso, e la natura stessa appare sempre meravigliosa ma esterna, muta e cieca.
Altro tema condiviso: la metamorfosi. E' marginale la trasformazione fisica da pesce a bambina di Ponyo, piuttosto la sua crescita interiore, la scoperta del mondo dell'uomo e la prima affezione all'essere umano. La scoperta dei doni di una natura criptica - apparentemente austera se non crudele - da parte del naufrago, lo porterà a mettere da parte odio e rancore, accantonare la diatriba su di una natura maligna vontrierana e cercare di sfruttare al meglio le sue rare concessioni se non altro per sopravvivere, senza accorgersi che questa radicale mutazione comportamentale cambierà definitivamente anche la propria concezione esistenzialista. In entrambi i film di due protagonisti compiono dunque un'evoluzione attraversando un percorso formativo.
Conclusa questa breve e trascurabile digressione, ed evadendo da eventuali argomentazioni riguardanti possibili risvolti pro ambientalismo presenti nel film che potrebbero risultare oltremodo tediose, preferisco concentrare questo ultimo segmento della trattazione accennando gli altri due soggetti cardine da me individuati in La Tortue Rouge.
Nella prima frazione del film prevale l'esaltazione della solitudine del protagonista e la tematica della resistenza alla solitudine. Il naufrago, solo in mezzo al nulla, abituato alla ciclicità degli atti e alla circolarità del tempo, affronta i primi strascichi della sua condizione. Inizia a vedere altre persone sull'isola, a sentire suoni, a subire passivamente la visione di miraggi.
Prima di perdere completamente il senno, nel protagonista si desta un nuovo processo dettato anch'esso dall'impossibilità di confrontarsi con altri simili, alla costrizione ad un isolamento dal mondo. Inizia così la scoperta della propria interiorità, per carpirne l'essenza.
In questo viaggio non sarà solo, e grazie alla costruzione di un nucleo familiare per l'uomo si delineerà il viatico della sua terza progressione: la palingenesi. Ironicamente, la stessa insondabile natura dai due volti gli fornirà lo strumento fondamentale per il suo ultimo step.









