Prima di presentare la scaletta, alcune doverose precisazioni:
- i commenti sui film sottoelencati non hanno un'ordinazione per "valore" del prodotto, data la mia incapacità di stilare una classifica, sono pertanto riportati un po' alla rinfusa;
- sono presenti esclusivamente commenti su film usciti nelle sale italiane entro le date di cui sopra, ad eccezione di alcuni titoli che non ho avuto modo di reperire e quindi visionare (tra cui Happy End di Michael Haneke, The Square di Ruben Ostlund o L'Insulto di Kamel El Basha ...), di cui eventualmente ne parlerò in seguito se se ne presenteranno le condizioni;
- Alcuni film non facenti parte del suddetto elenco (Detroit, La Vendetta di un Uomo Tranquillo, Insospettabili Sospetti, Life, Civiltà Perduta ...) mi hanno creato una profonda indecisione riguardo la loro presenza o meno, non tanto circa un'ipotetica valenza effettiva di tali, quanto più per un mio ancora dubbioso sentore;
- ho cercato di essere il più didascalico possibile nel sintetizzare sinossi e giudizio riguardo i film in questione, mancando inevitabilmente di esaustività, pertanto - nel caso ne abbia già parlato nei mesi scorsi (o ne scrivessi in futuro) - vi rimando ai link dei medesimi articoli.
BLACK BUTTERFLY - di Brian Goodman
Arrivato il 13 luglio nelle nostre sale, Black Butterfly di Brian Goodman non ci resta a lungo, a fronte di incassi irrisori viene presto ritirato. Visionato senza grosse aspettative ma in buonafede, ho trovato godibile il thriller di Goodman che annovera nel cast un Antonio Banderas rinato dalle ceneri e il sempre buon Jonathan Rhys-Meyers.Paul è uno ex scrittore alcolizzato e solitario, vive in una cascina in mezzo alle montagne che spera di vendere presto. Una mattina mentre fà colazione alla tavola calda locale, incontra Jack, un giovane vagabondo dal passato misterioso che lo salva da un improbabile rissa con uno dei clienti. Per riconoscenza Paul gli offre alloggio per la notte, ma il mattino dopo Jack punta i piedi o lo convince a farlo restare, in cambio ristrutturerà l'abitazione.
Durante la coabitazione i due inizieranno a conoscersi approfonditamente a vicenda, Jack si interesserà morbosamente al lavoro di Paul, incitandolo (sempre con più vigore) a riprendere a scrivere. Il rapporto tra i due diventerà repentinamente molto personale, fino a sfociare in una delirante partita a scacchi tra vittima e aguzzino (un po' alla Misery), per arrivare infine al twist decisivo che ribalterà definitivamente ogni prospettiva.
PERSONAL SHOPPER - di Olivier Assayas
Che Assayas sia uno dei migliori cineasti francesi in circolazione non lo scopriamo certo oggi.Con questo film, l'autore di Demonlover e Sils Maria sonda il terreno dell'esoterismo per manipolarlo e incastonarlo in una storia neo gotica, la cui protagonista Maureen - una sontuosa Kristen Stewart - si ritrova alle prese con una scalata verso il contatto. L'inarrivabile connessione empatica con subalterni e amici e la mutante (alienante) comunicazione moderna fà si che la ragazza rimesti con i suoi fantasmi.
In parallelo alla ghost story accennata si sviluppa la storia personale di Maureen, una donna (di professione personal shopper) non solo figurativamente sola, ma concretamente. Assayas per quasi tutto il film ci mostra Maureen dialogare con gli altri personaggi, rigorosamente attraverso il tramite (le lunghe telefonate con Kyra, la sua datrice di lavoro per cui compra capi d'abbigliamento, le conversazioni con il fidanzato su skype, i messaggi al misterioso sconosciuto-fantasma su messanger, le sedute grazie alle quali comunica con Lewis, il fratello defunto) restando materialmente, organicamente sola nell'inquadratura, e contemporaneamente circondata da "presenze".
Olivier Assayas realizza nel 2017 un film predominantemente astratto: volge lo sguardo all'immateriale, all'oltre, e lo fà decorando la messinscena con una fotografia fredda e geometrica, una regia impeccabile, meritevolmente premiata dalla giuria di Cannes.
SEVEN SISTERS - Tommy Wirkola
Nel film di Tommy Wirkola veniamo catapultati in un futuro cacotopico, il mondo è in piena emergenza, le risorse stanno finendo e i governi devono prendere delle misure drastiche per invertire la rotta. Viene istituita una fantomatica legge che impone alle famiglie di procreare un solo figlio, chi viene scoperto in possesso di una prole che non rispetta la legislazione vigente ne viene privato e i secondogeniti vengono addormentati in un centenario sonno criogenico.Terrence Settman (Willem Dafoe) è un nonno che si ritrova a nascondere le sue sette nipoti dall'emergente normativa, dà a ciascuna di loro un nome per ogni giorno della settimana, e ciascuna di loro può uscire di casa solamente nell'omonimo giorno. Passano gli anni. Un giorno "Lunedì" scompare senza lasciar traccia, le sorelle saranno costrette ad esporsi per cercarla, facendo così saltare la copertura.
Wirkola dirige un action-thriller fresco, dal ritmo sostenuto con costanti colpi di scena, che riesce a mantenere per due ore piene un intensità notevole. Film questo che fà della solida pluri interpretazione della Rapace (veste i panni di tutte le seven sisters) e dell'intrigante script curato da Max Botkin e Kerry Williamson i suoi principali punti di forza. Coraggiosamente, il regista si prende la responsabilità di gestire un plot che rivanga tematiche psicologiche articolate e complesse, come il riconoscimento del proprio io e della propria identità.
Il director sovente ricalca nel suo repertorio sprazzi del segmento futuristico-distopico del cinema di Verhoeven (Robocop...) e Scott (Blade Runner...) oltre a richiamare nel suo argomento una denuncia socio-politica di carpenteriana memoria.
LA RAGAZZA NELLA NEBBIA - Donato Carrisi
Partendo dal presupposto che per chi scrive questo non è solo il miglior film prodotto in Italia quest anno, ma uno dei migliori degli ultimi trenta, e per quanto mi riguarda tale epitaffio basterebbe senza bisogno alcuno di aggiungere altro; mi affaccio a parlarne il più brevemente possibile giacché ne scrissi già in novembre (qui il link all'articolo dedicato: https://ilsestocinema.blogspot.it/2017/11/donato-carrisi-la-ragazza-nella-nebbia.html).Che cos'è La Ragazza nella Nebbia. Innanzitutto è un ipotetico sperone che simboleggia una (altrettanto ipotetica) rinascita del cinema di genere italiano, nello specifico del cinema thriller-noir rinchiuso da anni ormai nel sottoscala, e liberato finalmente qui da Carrisi, che si dimostra un discreto regista alla prima incursione in una frontiera a lui nuova.
Riadattamento dell'omonimo romanzo dello scrittore pugliese che sembra steso appositamente per calzare a pennello nella sceneggiatura della sua trasposizione filmica, La Ragazza nella Nebbia è un giallo che non ha bisogno di chiedere permesso a nessuno; và e cresce con il passare dei minuti, travolgendo nella sua fluente e irreprensibile narrazione tutte le falle e gli errori tecnici remissibili ad un principiante, errori che diventano facilmente sorvolabili una volta che il racconto si dispiega, catalizzando irrimediabilmente l'attenzione dello spettatore su di un intreccio di sporadica fattura.
Non intendo fare parola del benchè minimo dettaglio circa la sinossi stessa del racconto, come avrete capito punto focale dell'intero costrutto, sarebbe come disarmare il film stesso.
Un'ultima menzione per quanto riguarda la prova del cast, sugli scudi un Toni Servillo calato precisamente nella parte, bene anche Boni e Borghi, un grandissimo Jean Renò che dimostra di non aver affatto perso lo smalto.
DUNKIRK - Christopher Nolan
Dopo una trilogia di cine comics (Batman Begins, Il Cavaliere Oscuro, Il Cavaliere Oscuro il ritorno), un thriller in mezzo (Inception) ed uno sci-fi (Interstellar), Nolan si mette all'opera per realizzare il suo film più ambizioso (si dice abbia impiegato 25 anni per studiarlo), un film sì volendo registrabile in una categoria, ma che al tempo stesso integra nel suo DNA le costanti del cinema del regista britannico. Nolan da sempre gioca con le linee temporali, sovrapponendole (come in quest ultimo episodio), ritorcendole (Memento), aggrovigliandole (The Prestige) o rievocandone le frequenze (come nel penultimo lavoro, Interstellar). Questa volta chiama in causa oltre ai flussi temporali lo spazio elementare (terra, acqua, aria) frazionando lo svolgimento all'interno del film in gruppi. Tre scene che si incastrano fra tempo e spazio, raccontando simultaneamente una settimana, un giorno e un'ora dei reduci, tra spiagge, mari e cieli.
Rassegnato già da tempo all'idea di rivedere un giorno il Nolan dei primi lavori, su tutti il buonissimo Memento, godo passivamente di questo ennesimo esercizio di talento, enorme ma, in un certo senso vano. Debitamente considerato già come uno dei migliori film-di-guerra di sempre, Dunkirk è un prodotto funzionante e funzionale, che rispecchia perfettamente il profilo industriale del suo creatore; che una volta ci illuse, tuttavia, d'essere anche un autore.
ELLE - Paul Verhoeven
Una mattina viene assalita in casa da uno stupratore che ne abusa per poi lasciarla a terra dolorante. L'ego - e più in generale - la mentalità della donna, la spinge a non denunciare l'accaduto e a cercare autonomamente il responsabile della violenza. Da lì in avanti Michèle inizierà a sospettare di chiunque la circondi, dagli amici stretti, ai suoi impiegati, ai vicini; spronata dall'eccitante brivido di una paura che nasconde nientemeno che una libidinosa (im)pura curiosità.
Paul Verhoeven imbastisce una commedia nera che del dramma suggerito dal prologo ha poco o niente, riversando il freddo sarcasmo della protagonista in ogni sequenza, grazie alla centralità della stessa all'interno dell'ingranaggio, una Isabelle Huppert impegnata in un ruolo difficile collabora nel dare credibilità ad un personaggio al limite (quasi macchiettistico nelle sue controverse sfaccettature).
Il moto del film è lo svisceramento della psicoanalisi dei protagonisti, primariamente vittima e aggressore, la complicità del legame che si istituisce lentamente tra due poli comunemente ostili, attratti l'uno verso l'altro da un genuino istinto naturale.
SPLIT - Manoj Night Shyamalan
Manoj Night Shyamalan è noto per essere produttivamente discontinuo, a mezzi capolavori alterna con sconcertante costanza passi nel vuoto a cui seguono fragorose cadute (di stile e non). Sorprendentemente direi, per un autore che in carriera ha firmato film del calibro di "Il Sesto Senso" (da cui per assonanza prende il nome il blog :)), "Unbreakable", il buon anche-se-non-esente-da-imperfezioni "The Village", fino ad arrivare a questo Split, posizionato riconoscibilmente tra i punti più alti nelle montagne russe del regista.Split è uno psico-thriller (definizione particolarmente in voga al momento, affibbiata contestualmente a film che introspettono sulla mentalità del/dei soggetti) che macina sul concetto di preda e predatore (la caccia è richiamata non solo figurativamente, è pure motivo centrale del gioco di parti che si cambiano e intercambiano contemporaneamente alle più personalità di Kevin Wendell Crumb) e sull'incidenza dei trascorsi sui profili dei protagonisti, il cosiddetto "bagaglio", unica ancora di salvataggio per un'ottima Anya Taylor-Joy dalla mente frazionata di un folle e mai così bravo James McAvoy.
Il Bruce Willis/David Dunn che dal bancone del bar commenta le gesta del pluri-psicopatico assassino McAvoy/Kevin Crumb spiana la strada ad un seguito diretto: prossimamente nuovo botto o fiasco di M. N. Shyamalan.
BLADE RUNNER 2049 - Denis Villeneuve

Non un anagramma, ma una ricombinazione di un intero universo sotto una luce prettamente diversa: questo è Blade Runner 2049 (2017) davanti al Blade Runner del 1982. Se nel vecchio film di Scott l'apertura al pensiero diegetico prendeva le forme di un dilemma anzitutto politico, sotto la lente di Denis Villeneuve (Polytechnique, Enemy, Sicario ...) il dramma politico assume le sembianze della tragedia esistenziale, arcuato il sintetismo quasi meccanico di Scott, il cineasta canadese riconduce i suoi protagonisti alla (ri)scoperta del proprio sé.
Il compassato andamento narrativo e la superba direzione della fotografia - curata da Roger Deakins - accompagnano lo spettatore lungo un viaggio di (ri)formazione, la catarsi di K, androide protagonista col volto di Ryan Gosling, investiga sulla sua presunta umanità originaria - dono nativo un tempo, non nel 2049 popolato dalle macchine, dove l'umanità diventa una conquista, un acquisizione -.
Un'altra riconferma per Denis Villeneuve, alle prese con la riesumazione di un cult del trentennio scorso; ma il regista del Québec non si limita a restaurare il mito degli anni '80, fà di meglio, introducendo una ragguardevole stratificazione psico-social-strutturale coinvolgente personaggi, luoghi, clima (in una società pullulante di androidi i distretti luccicano, vige l'ordine per le strade, e finalmente, ha smesso anche di piovere).
LA CURA DAL BENESSERE - Gore Verbinski
Verbinski ha ormai dimostrato di saper girare qualunque cosa gli passi per le mani: commedie melodrammatiche (Mouse Hunt, The Mexican, The Weather Man), action deliranti (la trilogia di Pirati dei Caraibi, The Lone Ranger), un buon film d'animazione (Rango), e un remake del j-horror Ringu di Hideo Nakata, riadattato nel suo The Ring.Con il suo ultimo film, A Cure for Wellness, il regista opta per la decostruzione di due generi spesso a braccetto - il dittico thriller-horror - realizzando una fiaba gotica adattata al 21esimo secolo, ambientata in una clinica sperduta fra le Alpi svizzere, ove vengono messi in atto trattamenti poco ortodossi sugli aristocratici pazienti.
Il film di Verbinski si fregia di una lodevole collezione di immagini e un'oculata gestione nella gradazione dei colori (verde e bianco/marcio e sano), forgiando una cornice di altissima qualità all'intreccio edificato da Justin Hayhte. Thriller che ribatte spesso i propri giochi di riflessi (in innumerevoli inquadrature) su riflessi di comparabile e temibile veracità tra fiaba e realtà, il confine come ci spiega Verbinski, non è poi così spesso.
Scrissi approfonditamente riguardo La Cura dal Benessere in questo articolo: https://ilsestocinema.blogspot.it/2017/11/gore-verbinski-la-cura-dal-benessere.html
SONG TO SONG - Terrence Malick
Nel 2017 esce in sala Song to Song che si scosta dalla trilogia gnostica per un'imponente deviazione d'obbiettivo, il fulcro etereo delle tre opere precedenti viene qui rimpiazzato da un focus crucialmente terreno. I protagonisti (naturalmente altra volata di attori a cinque stelle, da Michael Fassbender a Rooney Mara, da Natalie Portman a Ryan Gosling) non dialogano più con entità metafisiche o divine, non adempiono ad ascensioni o trascendenze verso una forma di verticalità solenne/celestiale, ma restano saldamente ancorati alle loro radici umane. Ciò permette a Malick di inscenare ugualmente un teatro di figure in movimento, con criticità collegate alle relazioni tra esse stesse e il moto perpetuo di un esperienza ciclica, ineludibile ma allusa dal demiurgo Cook ai suoi succubi, prima Faye e poi Rhonda. il demiurgo diabolicamente regala alle sue marionette il crogiolo di un'esistenza tappezzata da simulacri, nascondendogli il Pneuma (la scintilla divina racchiusa in ogni mortale, fonte e senso di esistenza).
Esattamente nella ciclicità si evolve il dramma, senza gravosi culmini. Cosicché un film composto da raccordi - strettamente necessari per congiungere una situazione all'altra - racconta ancora la vita: ciclicità alternata dai raccordi. Bastano poche note per connettere melodicamente una canzone all'altra, "raccordi". Da canzone a canzone.
MOTHER! - Darren Aronofsky
Un paio di giri di lancette bastano a Darren Aronofsky per dispiegare un'opera stratificata che disamina una moltitudine mastodontica di tematiche, le quali si dipanano su più piani attraverso sottotesti e allegorie (bibliche, ecologiste, sentimentali), che analizzai (avverto: "a caldo") in questo breve articolo redatto basandomi sulla mia riflessione succedente la proiezione in sala, riflessione sedimentata (per un paio di giorni) e ricalcata successivamente su carta: https://ilsestocinema.blogspot.it/2017/10/darren-aronofsky-mother-mother-di.html
Avvalendosi della forza motrice caposaldo di tutti i suoi lavori - l'ossessione - Aronofsky declina il concetto di linearità tramica, punta la macchina da presa su di un multiverso polivalente ed eclettico, che si dirama approdando (e ricongiungendosi) - al prologo e all'epilogo - sul nodo cardine della storia: il Creatore, la Natura ed il loro tumultuoso rapporto di coppia.
ALIEN COVENANT - Ridley Scott
I primi minuti dell'ultimo film di Scott da soli valgono l'intera saga Alien, probabilmente anche buona parte dell'ultima frazione della carriera del regista britannico se vogliamo; perchè Ridley Scott in quel breve prologo, in un rapido scambio di battute in una stanza bianca spoglia tra un androide e il suo creatore, riesce a condensare l'essenzialità dell'intera filosofia alla base di Blade Runner e Alien, i suoi due grandi capolavori. E poi, dopo questa breve introduzione all'avvento di Prometheus, eccoci sulla Covenant, nave di trasporto dei coloni diretta verso un pianeta in grado di ospitare le prossime discendenze dell'essere umano, che egoisticamente non ha assolutamente nessuna voglia di estinguersi per lasciare spazio all'evoluzione asserita da David (Michael Fassbender).Impossibile pensare ad Alien Covenant ed al precedente Prometheus come due progetti scissi, quando entrambi sono l'unico vero prequel al quartetto originale della saga, un film solo in due tempi - due atti - il primo distribuito cinque anni fà nel 2012, il secondo arrivato da noi lo scorso 11 marzo.
Nel lasso di tempo che separa Prometheus da Covenant è cambiato quanto basta per spingere un altro (l'ennesimo) equipaggio a trovare dei pretesti validi per cercare fortuna in terra straniera, trovandoci puntualmente la morte. Si ripete ancora una volta come un mantra inflessibile il più o meno rigido schema dei precedenti capitoli: una volta rivelata la minaccia, il confronto con essa, la prova d'impotenza nei confronti di tale minaccia, il fallimento. Ad insinuarsi nell'inflessibilità di una struttura narrativa piuttosto standardizzata è lo sguardo cinico del regista, che in Alien Covenant sceglie di permeare ogni meandro del film di riflessioni sulla biodiversità e l'appartenenza (o la volontà di appartenenza) di un proprio conscio ed un proprio io. Queste introspezioni, che volutamente non specifico a chi o quali personaggi siano attribuite, da sole bastano ad aggiungere punti ad un comunque imprescindibilmente-da-ciò validissimo sci-fi horror.
CANE MANGIA CANE - Paul Schrader
"Cane Mangia Cane è la storia di tre uomini appena usciti di prigione che devono riadattarsi alla vita di tutti i giorni. Troy (Nicolas Cage), la mente del gruppo, vorrebbe un esistenza semplice ma non riesce a liberarsi dal suo odio per la legge e a stare lontano dal crimine; Diesel (Christopher Matthew Cook), sul libro paga della mafia, ha perso ogni interesse per la sua casa di periferia e per sua moglie; Mad Dog (Willem Dafoe), il cane sciolto del trio, è un folle sanguinario.Ai tre capita l'occasione per il crimine perfetto, un ultimo colpo che potrebbe sistemarli per il resto della vita. Ci riusciranno? Sicuramente nessuno di loro vuole tornare in prigione, costi quel che costi..."
- dal pressbook del film
Riadattamento del romanzo di Edward Bunker, Cane Mangia Cane è il nuovo thriller targato Paul Schrader. L'ex sceneggiatore di Taxi Driver e Toro Scatenato questa volta dirige una commedia cupa con protagonisti un terzetto di recidivi criminali, disadattati sociali, perversi e in possesso di una sofisticata e ruspante ironia. L'imprevedibile trio capitanato da Troy/Nicolas Cage si prende in mano la scena per una buona ora e mezza, grazie ad un ritmo serrato l'incedere degli eventi convoglia lo spettatore da una situazione all'altra senza flessioni o cali d'intensità, la regia freschissima di Schrader riesce a mantenere di pari passo qualità e continuità, in una rotazione di frangenti che vanno dal macabro al grottesco all'umoristico.
LOVELESS - Andrej Zvyagintsev
Un giorno Alesa, dopo aver spiato l'ennesima discussione fra i genitori, sceglie di scomparire per sempre dalle loro vite.
L'irremovibilità dei personaggi e il rapporto uomini/nazione (genitori/figlio - Russia/Ucraina) sono i due assi su cui l'autore ha sviluppato il proprio soggetto. Non mi protraggo nell'analizzare il secondo punto (super esplicitato pure da Zvyagintsev nella sequenza finale: la madre che corre a vuoto sul tapis roulant con una felpa con la scritta RUSSIA a caratteri cubitali, con il telegiornale in fuori campo che sottolinea le tensioni tra i due paesi). Soffermandomi sul primo ho inevitabilmente registrato l'assoluta staticità nelle posizioni dei protagonisti lungo tutta la durata: non ci sono evoluzioni, né nei rapporti interpersonali, né nelle singolari mentalità. Il tempo è fermo, la ricerca del figlio disperso vana in partenza.
Incisiva la fotografia nitida fredda di Michail Kricman.


