1987, uno studente di Seul tenuto in custodia
dalle forze dell'ordine viene dichiarato morto di arresto cardiaco durante un
interrogatorio. Di lì a poco emergono preoccupanti retroscena: segni di tortura
sul corpo del ragazzo rinvenuti durante l'autopsia suscitano l'indignazione del
procuratore Choi Hwan (Ha Jung-woo); coriaceo, brusco, integerrimo (e
alcolizzato), pronto a tutto pur di sfruttare questo appiglio al fine di
riversare l'esaurimento dell'opinione pubblica - stremata dal regime
reazionario vigente - sulle istituzioni, per far vacillare i ruoli dei propri
superiori corrotti.
A mettere i bastoni fra le ruote al collega,
c'è il direttore dell'Ufficio Investigativo Anticomunismo Park Cheo-woo (un Kim
Yoon-seok in gran spolvero), tirannico burocrate deciso ad insabbiare le prove
circa l'abuso di potere dei propri subordinati sullo studente.
Completa il trittico di protagonisti Yeon-hee
(Kim Tae-ri), una studentessa universitaria coinvolta involontariamente nella
rivolta popolare, in cerca della propria strada nella vita.
E così il film si dipana tra più livelli di
narrazione che si intrecciano (quasi senza soluzione di continuità), dando
forma ad un mosaico di prospettive convergenti. Veniamo abituati a seguire tre
storie in costante sovrapposizione, legate dal leitmotiv storico dominante. Ciò
che prevale fin dai primi minuti è l'enfasi posta alla drammaticità, che
travalica qualsivoglia discorso politico, ponendo come modello ideale
l'immaginario blockbuster in cui i toni drammatici superano prepotentemente la
cronaca documentaristica degli eventi. Il regista punta il focus sulle
relazioni tra comprimari e protagonisti, sull'impatto della rivoluzione
imminente sulle loro vite, e ancora, dirige l'obbiettivo sulla lotta di classe,
sull'abuso di potere da parte delle autorità e sulla controversa
discriminazione sociale.
1987: when the day comes fa della propria
facciata apparentemente politica un pretesto per inscenare il dramma, con
riuscitissimo impiego di star internazionali in ruoli delicati, propone il
thriller spioneristico per antonomasia senza scivolare mai in banali cliché del
genere.
Un piccolo gruppo di ragazzi viene ingaggiato
da un'emittente web per riprendersi durante la notte all'interno del manicomio
abbandonato di Gonjiam. A fronte della lauta ricompensa promessa, i
protagonisti si ritroveranno inizialmente a simulare aggressioni da parte di
entità sovrannaturali, salvo in un secondo momento ritrovarsi costretti a
riconoscere il pericolo incombente.
Riprendendo come modello gli stilemi found
footage dei conclamati capisaldi del genere horror mockumentary, Gonjiam:
Haunted Asylum si pone come una curiosa caricatura del filone; slacciando a più
riprese l'atmosfera da film dell'orrore da una forte vena ironica. Laddove il
film di Beom-sik Jeong si presenta come
un ricalco parodistico che richiama uno dopo l'altro tutti gli stereotipi del
genere, dall'altra non lesina dal cercare a più riprese (talvolta attraverso
qualche forzatura) un incursione nel
territorio del demenziale, macchiettizzando personaggi e situazioni, ricamando
caricature e, allo stesso tempo, tentando delle sortite sul fronte del pop
trash.
Ripetuti stacchi di montaggio dividono le
sequenze come veri e propri atti, quasi frammentando il film stesso,
scandagliando tutti i passaggi convenzionali del canovaccio narrativo tipico
nel falso documentario. Altra scelta registica abusata è il frequente utilizzo
di primissimi piani sui volti dei protagonisti durante le scorribande nel
sanatorio, enfatizzando la prospettiva degli stessi, limitata dal buio
persistente che li circonda. Questi espedienti volti alla creazione della
peculiare atmosfera ansiogena richiamano tutti i debiti dell'autore nei
confronti dei sopr'accennati precursori, dagli ESP dei Vicious Bros., alla saga
Rec diretta da Jaume Balaguero, passando per i Paranormal Activity, fino al
celeberrimo The Blair Witch Project del '99.
In Gonjiam: Haunted Asylum l'horror precipita
nella comicità irridente, il risultato di questo curioso incrocio è quantomeno
singolare, e la natura ibrida stessa dell'horror firmato Beom-sik Jeong si fa
garante di disorientamento e sorpresa. Non mancano sottili stilettate al mondo
social e all'ambiguità dei sistemi di comunicazione moderni.
